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Wine & Law: la magia delle Cantine del Notaio

A Rionero, nella culla del Vulture, c’è un posto incantato per “lawlovers” e non… le Cantine del Notaio. Gerardo Giuratrabocchetti, eredita il nome e le vigne dal nonno, e dal 1998 inizia il suo viaggio nell’azienda dedicata all’attività di suo padre notaio, valorizzando il grande vitigno lucano: l’Aglianico del Vulture

La visita in questa cantina inizia con una serie di interessanti scoperte sull’antico mondo dei boscaioli, sui giochi dei tempi antichi e sugli oggetti dell’agricoltura e dell’allevamento. 

Su questa parete si trovano i ferri per gli zoccoli degli animali e, in perfetto tema giuridico, l’intagli o ‘ntacca, strumento utilizzato come contratto con ricevuta per la transumanza degli animali. Si pagava a Foggia una tassa, che variava a seconda delle categorie degli animali e, a causa dell’analfabetismo, fu creato un linguaggio ad hoc: ogni 5 animali veniva realizzato un segno verticale, orizzontale o obliquo per ogni categoria. Dopo aver contabilizzato tutti gli animali, si divideva il pezzo di legno e si consegnavano le due metà alle due parti. In questo modo dunque nessuno poteva più imbrogliare! Questo strumento era funzionale anche per il pagamento del latte (per il latte di capra o pecora) e diventò importante soprattutto per il “libro nero” dei negozi… Quando gli acquirenti non potevano pagare le merci si poneva un segno identificativo per ogni famiglia (per il rispetto della privacy!) e si fissava un alfabeto comune per le varie quantità di merce. Le due parti venivano allora consegnate, una al debitore e una al creditore, che teneva esposto il pezzo di legno al pubblico. Era una sorta di strumento antico di marketing, che invitava i clienti ad entrare, con la sicurezza che il venditore avrebbe potuto fare loro credito. Come ha giustamente sottolineato Gerardo, in queste idee si racchiude la genialità della semplicità!

Come sempre per scoprire una zona vitivinicola bisogna conoscerne i segreti della terra. Allora, con un salto nel passato, occorre ricordare cosa accadde oltre 100.000 anni fa in questa terra… Tutto prese avvio dall’attività del Vulture, un vulcano che un bel giorno “esplose”! Ebbene sì, si trattò di una vera esplosione e non di una semplice eruzione… Il magma ricco di silicati occluse le vie di uscita del vulcano e, risalendo, trovò l’acqua minerale, dando luogo alla formazione di altro gas. Immaginando una sorta di pentola a pressione, la parte superiore del vulcano saltò via. E, a seguito dell’esplosione, con il raffreddamento del magma, si formò molta cenere, che si compattò al suolo in una roccia spugnosa… il tufo! 

Il tufo possiede una grande qualità: di inverno trattiene l’acqua e d’estate la cede. Ecco perchè si può dire che nelle grandi vigne il tufo “allatta la pianta”. La madre terra non abbandona i suoi figli e li allatta d’estate. Inoltre le peculiarità del tufo si ritrovano nelle cantine del territorio, caratterizzate da un alto livello di umidità, utilissimo alla conservazione del vino.

Di questo ci si rende conto nella nostra visita alle cantine piccole sotto Rionero, quelle che si estendono per 450 mt e che ospitano un totale di 140 botti, a differenza delle cantine grandi dell’azienda con oltre 850 botti in un 1km quadrato di estensione.

Le cantine furono scavate per la prima parte a fine 1400-inizio 1500 e per la seconda intorno a metà 1500. Al loro interno la differenza dei periodi si rintraccia nella diversa modalità di scavo: di piatto e di punta. Nonostante l’umidità, si nota subito la presenza di un movimento d’aria dato da porte e camini di areazione, presenti in ogni camera della cantina. Quindi, pur essendoci circa il 100% di umidità, non si ha la sensazione di ritrovarsi in un ambiente chiuso, anzi… così non si possono formare muffe, ma si formano alghe, ben visibili avvicinandosi alle pareti. Sono mucillagini. Quindi il silenzio e la stasi sono solo apparenti, perchè in realtà è un mondo vivo e fantastico in cui tanti elementi si muovono in una sorta di danza per la produzione del vino…

E in questo cammino sotterraneo c’è un altro movimento magico… quello del presepe ideato da Gerardo e realizzato dal maestro presepaio Mondino. Non è solo un presepe, è un inno al vino, un inno alla vita, un augurio rivolto a tutti i visitatori delle Cantine di Rionero. Non è solo un recinto e una mangiatoia, dal doppio significato di presepe, ma anche un luogo che ha in sé un significato spirituale. Questo presepe racconta una storia, fatta di personaggi realmente esistiti in Rionero e legata al mondo del vino, alla base dell’economia del Vulture.  E forse la bellezza di questa storia sta proprio nel fatto che narra in gran parte del ruolo della donna, nel mondo del vino, nella società e nella vita. Il presepe parte infatti dalla vigna, in cui le donne vendemmiano e gli uomini sono impegnati nei lavori manuali. Per fare il vino occorre poi portare l’uva in cantina, ma il percorso è in salita, simbolo della fatica necessaria per la trasformazione dell’uva. Non manca il riferimento al rapporto uomo-animale: c’è un asinello stanco di camminare e su questo l’uomo scarica la sua rabbia, anche perchè rispecchia in lui la sua povertà non avendo le risorse per l’acquisto di un cavallo.  Quando l’uva giunge finalmente in cantina tutti fanno festa… ma attenzione! Qualcuno beve troppo presto e questo non va bene perchè il vino come la vita ha i suoi tempi e occorre dare il giusto valore al tempo, il bene più prezioso che ha l’uomo. Perciò mentre gli altri personaggi continuano a muoversi, lui rimane fermo e paga pegno.  Al piano superiore mastro Giovanni accende il lampione del paese, perchè è arrivato Gesù, che con il Natale porta la luce nel mondo. Poi c’è una sorgente, di cui è piena il Vulture e, a contrasto, il fuoco, simbolo di tentazioni. La signora che lava richiama la Pasqua, e accanto a lei un altro personaggio che beve vino e spezza il pane…. Gesù!

C’è anche una trattoria, quella di Rocco Faloc, l’ex proprietario delle cantine più grandi dell’azienda. Questo personaggio di Rionero era partito in America per tentare fortuna. Purtroppo non ci riuscì e al suo ritorno in paese fu ribattezzato dal popolo Rockefeller. Peccato che non sapevano pronunciare questo nome, che allora diventò “Rocco Faloc”, dato che accendeva il fuoco per la moglie. Nel presepe sono rappresentati anche difficoltà e momenti negativi della vita, perchè alcuni ragazzi chiedono l’elemosina e a uno di essi manca una gamba. D’altro canto, invece, esiste anche la ricchezza e la fortuna… Dove? Ovviamente nello studio del notaio, tappezzato di carta da parati e pieno di libri, simbolo di potere. Sì perchè il sapere diventa anche potere quando è usato sulla gente più povera. E allora non è un caso che davanti alla sua porta uno spazzacamino tolga un po’ di polvere, simbolo della pulizia di cui avrebbe bisogno anche lui! Infine in alto gli invincibili, quelli che non si arrendono mai, che credono di più nella vita e in loro stessi. C’è chi intreccia con convinzione cestini con la canna, simbolo di povertà, una donna che ha perso il marito e i figli, che continua a pascolare le sue pecore e infine chi beve al buio, cercando di ubriacarsi per dimenticare le tristezze della vita. Accanto a lui si intravede una strada illuminata, che porta alla luce di Gesù, nato dalla donna che crea la vita proprio come Dio. E’ circondata dai simboli delle debolezze umane, le oche, simbolo della stupidità umana, e i galli, simbolo del tradimento nel Vangelo. Tuttavia il significato di questa storia è racchiuso in quel canto dell’uccellino che celebra la vita e che, nonostante le difficoltà, vale la pena di vivere! 

La simbologia si ritrova anche nel palmento. Il simbolo dei palmenti del Vulture è infatti una croce su un mezzo cerchio. L’uomo povero affida tutta la sua ricchezza all’angelo custode, il palmento, perchè lo possa custodire, ma Gesù deve affondare dentro le sue radici affinché l’uva poi si trasformi in un buon vino.

Gerardo ricorda anche il motivo per il quale le cantine devono essere umide e a temperatura variabile. Innanzitutto il legno in queste condizioni si dilata e, inoltre, le temperature non costanti servono alla stabilizzazione del vino prima della messa in commercio. Questo evita che ad esempio a rialzi di temperatura esterni alla cantina il vino possa subire una rifermentazione di zucchero e acido malico. 

E appunto parliamo del vino prodotto e soprattutto di questo straordinario vitigno, l’aglianico… Chiamato anche “Barolo del Sud”, le sue origini sono antiche. Probabilmente fu introdotto in Italia dai Greci nel VII sec. a.C. e ne cantava le lodi anche il famoso poeta della bella Venosa, Orazio. La terra in cui cresce è vulcanica e le notevoli escursioni termiche, così come le basse temperature del territorio, rendono il vino prodotto particolarmente fresco e minerale.

Tutte le bottiglie prodotte nelle Cantine del notaio recano come nomi di fantasia momenti tipici del mondo notarile, dai rossi IL SIGILLO e LA FIRMA, allo spumante metodo classico rosé LA STIPULA e allo spumante moscato dolce LA POSTILLA. Un’idea vincente, come vincenti risultano i prodotti di questa cantina, dando un’occhiata ai premi ricevuti… Proprio al Gran Vinitaly 2018 IL ROGITO 2016 è stato premiato come miglior rosato (con 93 punti) e la stessa azienda nominata “Cantina dell’anno”, tra 935 cantine di 14 Stati diversi.

In degustazione per noi, oltre a questo splendido rosato premiato, un bianco LA RACCOLTA e come rosso IL REPERTORIO

Il bianco è un blend Aglianico del Vulture vinificato in bianco, Chardonnay, Moscato, Malvasia e Sauvignon. Ricco bouquet al naso e freschezza al gusto… Note floreali, frutti gialli, un tocco di agrumato e note tostate sul finale. La sua mineralità lo rende perfetto abbinato a piatti a base di pesce e crostacei!

Sul rosato, IL ROGITO, devo spendere qualche parola in più. Innanzitutto credo che questa sia l’espressione di aglianico del Vulture migliore per i mesi più caldi (non a caso è chiamato il “rosso d’estate”!) e di certo non è meno rilevante rispetto alla tradizionale vinificazione in rouge.  Da convinta sostenitrice dei rosati pugliesi devo ammettere che questo rosato dei cari amici lucani di sicuro non raggiunge performance inferiori rispetto alle nostre grandi bottiglie rosa… anzi! L’aglianico in purezza fa valere la sua potenza sin dal suo colore così vivace e pieno e al naso continua a farsi notare la ricchezza di questo vitigno con gli intensi sentori di frutti rossi e di speziatura. Queste caratteristiche si ritrovano all’assaggio, dopo il quale si apprezza una buona persistenza di questo vino dai 14% di gradazione alcolica che rallegra tutti i sensi. 

Infine il nostro rosso, un’altra espressione di aglianico in purezza. Il rosso rubino ha qualche tratto granato e al naso spiccano sentori di frutti rossi maturi, di liquirizia e di leggera speziatura. Nonostante il tannino percepibile questo rosso risulta equilibrato e piacevole e risulta perfetto con secondi a base di carni rosse e grigliate.

E’ stata davvero una esperienza interessante in questo territorio, tutto da scoprire… Vi invito a farvi un giretto, così come a sorseggiare qualche calice degli ottimi vini di questa bellissima cantina!

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