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Oggi vi parlo di una interessante wine and food experience a cui ho partecipato presso Cantiere del Gusto che con Puglia Mon Amour si propone di legare la Puglia a un’altra regione d’Italia per scoprirne le “bellezze” enogastronomiche. Questa volta la serata organizzata da Simona Giacobbi, fondatrice di Puglia Mon Amour e da Roberto Capobianco di Cantiere del Gusto si intitolava Puglia a braccetto con … il Vesuvio! Durante l’evento abbiamo assaggiato i vini di Cantine Olivella, che hanno accompagnato la cena a base di specialità pugliesi-“vesuviane”.

  Vesuvio e Monte Somma visti da Pompei.
Vesuvio e Monte Somma visti da Pompei.

Ci ha illustrato le origini, il territorio e le caratteristiche di questi vini Ciro Giordano delle Cantine Olivella. Dove siamo? Ai piedi del Vesuvio, accanto al quale si trova un’altra piccola montagna, il Monte Somma. Nel 79 d.C. l’eruzione del Vesuvio travolse Pompei ed Ercolano e l’esplosione determinò un innalzamento verticale della lava per 30 km che poi cadde perpendicolarmente provocando un collasso del monte già esistente e creando la nuova montagna. I vini Olivella sono prodotti da vitigni coltivati sul monte Somma, nella parte antica, e si arriva fino a 670 m sul livello del mare. L’altitudine a cui si svolge la viticoltura determina la freschezza di questi vini. Cantine Olivella coltiva circa 12 ettari su tre siti diversi: a Sant’Anastasia, dove ha sede l’azienda, a Somma Vesuviana e a Pollena. 

  Qui si scorge l'ATRIO DEL CAVALLO, che divide la parte alta del Monte Somma dal cono del Vesuvio.
Qui si scorge l’ATRIO DEL CAVALLO, che divide la parte alta del Monte Somma dal cono del Vesuvio.

Le origini delle Cantine Olivella si legano alla storia di una villa romana, nota come Villa di Augusto o Villa dionisiaca, scoperta negli anni 30. La struttura era stata creata nella prima età imperiale e sembra che l’imperatore Ottaviano Augusto vi morì. L’ipotesi si basa sul riferimento che Tacito negli Annales e Svetonio nelle Vite dei Cesari fanno alla villa “apud Nolam“, in cui l’imperatore tracorse gli ultimi giorni di vita essendosi ammalato in viaggio. La prosecuzione degli scavi con importanti scoperte è avvenuta a partire dal 2002, quando l’Università di Tokyo ha avviato un progetto di ricerca multidisciplinare.

E’ stata rinvenuta una statua di Dioniso, segno dei romani del fatto che nella dimora si produceva vino. La villa aveva la maggiore capacità di produzione di vino in Italia. Sono state rivenute 100 otri aventi capacità di 1000 litri di vino ciascuna. Ovviamente non è stato trovato vino ma residui organici carbonizzati che potrebbero permettere di individuare i vitigni. Ciro ci spiega che, per gli interessati, contattando la pro loco di Somma Vesuviana è possibile anche informarsi per le visite della villa.

Olivella… perché si chiama così? I vigneti si trovano intorno a una sorgente d’acqua potabile, il cui nome è appunto Olivella. I Borboni avevano portato quest’acqua al palazzo reale e una parte di queste conduttore attraversano ancora le vigne.

Sulla parte bassa dell’etichetta si legge una scritta Sex Cati Fest che sta per Sextus Catius Festus. Questa iscrizione, che rappresentava il nome del produttore di vino, era stata rinvenuta presso la sorgente Olivella su un frammento di orcio vinario con un bollo che raffigurava una sorta di cuoricino che è in realtà la stilizzazione della foglia di vite. Su ogni vino è presente questo simbolo anche sul tappo. 

L’azienda è biologica. I vigneti sono in montagna quindi ci sono terrazze e dove non riescono costruiscono scale di fortuna che poi permettono di arrivare ai filari per la produzione delle uve e poi per la raccolta.

I vigneti affacciano sull’entroterra e hanno influenza dalla montagna e dal mare. Quindi bevendo il vino si percepisce subito la sapidità,  la freschezza e la mineralità, frutto dell’influenza delle correnti marine e delle catene dell’Irpinia. Unico filo conduttore è la sapidità. 

Quali sono i vitigni? Per l’uva a bacca bianca abbiamo catalanesca e caprettone, per l’uva a bacca nera piedirosso, aglianico e olivella. L’olivella è un clone del piedirosso, ma si distinguono per la morfologia dell’acino: l’acino del secondo è più sferico rispetto all’altro in cui si ha una forma più a punta. La resa è bassa: si va dai 70-80 quintali in media ad ettaro, ma per il piedirosso scendono addirittura a 55.

Ma passiamo al tasting…

Il primo vino in degustazione è il LACRIMA BIANCO (Lacryma Christi del Vesuvio DOC) che accompagna un’insalatina cetrioli, ravanelli, olive, rucola, prosciutto crudo e formaggio di capra garganica presidio Slow Food. 

Questo vino è dato da caprettone e altri vitigni autoctoni, 13% di gradazione alcolica, che non sovrasta di certo la sapidità e la freschezza.

L’altro piatto a cui si abbia egregiamente è un crostino di pane di Monte S. Angelo con friarelli e mozzarella di bufala.

 

Secondo vino in degustazione è il KATA’ (Catalanesca IGP del Monte Somma), che accompagna polpette di di baccalà al forno alla vesuviana. E’ prodotto da catalanesca e spiccano in questo vino i sintori di albicocca (che in zona vesuviana si chiama “pellecchiella”), ananas e una nota di mandorla. Anche in questo vino non manca certamente la nota minerale.

Passando ai rossi degustiamo il LACRIMA NERA (Lacryma Christi del Vesuvio DOC) con troccoli al “piennolo” del Vesuvio DOP, un pomodorino presidio Slow Food davvero interessante. 

Questo vino è un blend piedirosso, aglianico e olivella. Una delle caratteristiche fondamentali del piedirosso è quella di dare vita a un vino rosso rubino brillante. In questo vino, dove c’è un po’ di aglianico, il tannino non è preponderante e anzi il vino rimane fresco e sapido, tipicità del piedirosso.

Diverso risulta l’altro rosso VIPT (Vesuvio rosso DOC Rosso), 100% piedirosso abbinato a costolette di agnello con crema di noci e scaglie di caciocavallo. Questo vino è molto delicato, prevalgono le note di frutta, di ciliegia, amarena, frutto di bosco e speziatura. La gradazione alcolica è di 13%, ma la sensazione di morbidezza non è data dalla percezione alcolica bensì dalla glicerina.

 

A sublimare il tutto un mini babà al cioccolato e crostata di ricotta. Davvero una bella wine experience accompagnata dalle interessanti scoperte del territorio vesuviano.

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